Q come quel giorno

che poi sia stato un giorno, una notte o qualche giorno e qualche notte non cambia. hai passato nove mesi ad aspettare, a chiederti come si riconosce l’inizio del travaglio, cosa vuol dire che i dolori del parto sono brutti ma si dimenticano, come è fatta una sala parto, come si deve respirare per spingere meglio, se il tuo lui sarebbe stato presente, a chi l’avresti detto per prima, se la camicia da notte aperta davanti che avevi messo in valigia era abbastanza aperta davanti, che motivo c’è di essere tristi a causa del baby blues se stati tutti e due bene e siete finalmente insieme e mille altre domande che non ti ricordi neanche più ma hanno occupato la tua mente per giorni interi.

poi arriva il momento. ecco quel giorno.

la ginecologa che aveva fatto l’ultima ecografia, alla 40esima settimana meno un giorno, appena dopo il tracciato,  era stata tassativa: ci vorrà ancora una settimana. allora, visto che il mio compagno aveva preso la settimana di ferie per stare insieme a mamma e nuovo nato e nuovo nato sembrava non aver intenzione di uscire allo scoperto, abbiamo deciso di andare su in montagna. aria pura, fresco, clorofilla, silenzio, l’impressione di stare in vacanza e solo un’ora di macchina per arrivare in ospedale. del resto, se ci voleva una settimana…

circa trenta ore dopo inizio a vedere qualche perdita striata di rosa. niente di che. veramente poco e veramente rosa cipria, anche un colore molto distinto. il giovedì sera mi metto a leggere, io e il pancione che verso l’ora di cena inizia a contrarsi, tipo strizzoni, tipo boh..che sarà..vuoi vedere che…ma no, aspettiamo.

con calma e sangue freddo verso una certa ora si va a letto, chi dorme – il babbo in divenire – chi resta sveglia, la mamma contratta. finchè alle una e qualcosa la mamma sveglia il babbo e gli dice “secondo me potremmo anche esserci, io farei una puntatina in ospedale”. alle prime il babbo non si rende bene conto, ha bisogno di quel quarto d’ora oper connettere e capire, ma la quasi neomamma, saggiamente, quel quarto d’ora lo ha messo in conto.

la valigia è già in macchina, ci si riveste, si saluta e si parte. in macchina, sull’autostrada le contrazioni sono circa ogni 4-5-6 minuti, ce ne sono di più forti, di quelle che tolgono il respiro e di più leggere. mi ricordo benissimo come controllavo la frequenza sull’orologio a led della macchina, mentre l’autostrada scorreva. era vuota. solo qualche camionista. arriviamo con calma, le osteriche mi mettono sulla poltrona – comodissima – per il tracciato. il piccolo ometto come ha sempre fatto dall’inizio della gravidanza e dalle prime ecografie decide di stare in sciopero e non si muove. interveniamo con un succhino di frutta e un po’ di zuccheri che lo svegliano. continuano le contrazioni, continua il tracciato. attendiamo il ginecologo di turno che è impegnato, arriva per la visita, prima che riesca a sdraiarmi sul lettino è di nuovo in sala parto. attendo, ritorna, constata: dilatazione di 3 cm.

decidono di darmi un letto, il babbo va a prendere la valigia. chiedo se hanno una idea dei tempi e se mi conviene che vada a casa a riposare un po’. mi affibbiano un altra poltrona, probabilmente sarà stata comoda uguale, ma le contrazioni erano via via più intense e anche la poltrona sembrava più scomoda. va anche via la luce, la macchina per il tracciato si ferma e non riparte e ci schiaccio una mezzora in più. che poi sono dettagli, stare sulla poltrona o sul letto era uguale. il babbo intanto è fuori che aspetta. staccata dalla poltrona l’infermiera mi dice di andare al mio lettino, magari faccio colazione e poi mi vede il ginecologo. le faccio notare che io mica mi sento tanto bene, insomma magari se il ginecologo avesse qualche minuto, ecco, io lo vedrei volentieri, mangiare, no, non mi pare il momento per cappuccino e brioche, magari dopo. intanto però dico al babbo che ancora un po’ si aspetta. arriva il ginecologo, mi visita, constata: dilatazione di 10 cm, si va in sala parto. provo a chiedere l’epidurale – voglio dire, ho fatto il corso, ho messo la firma, ho studiato tutto, facciamola. mi risponde che è troppo tardi. pazienza.

il momento più bello: l’infermiera che mi dice di prepararmi e di preparare l’abbigliamento per il piccolo. non ci posso credere: usciremo da quella stanza come due esseri umani separati, lui sarà vestito, io sarò vestita, lui mangerà, io mangerò…bande ai sentimentalismi, acchiappo bodino e tutina, scrivo un sms alla mamma e mi avvio. esco per cercare il babbo, per dirgli che insomma io andrei a partorire, lui decida…

sorpresa, non c’è. sala d’attesa fuori dal reparto vuota. panico. torno in camera, riprendo la  roba, passa l’infermiera che ci accompagna, io il piccoletto e la mia dilatazione di 10 cm. ripassiamo dalla sala di attesa, il babbo è ricomparso, scoprirò poi che aveva deciso di andare a fare colazione e mentre lo cercavo per dirgli che era il momento lui stava mangiando una schiacciatina. comunque preso alla sprovvista gli scappa un vengo anch’io. il personale medico infermieristico lo guarda malissimo, è in pantaloncini corti. provvedono dandogli un completino verde che sembra il dottor Ross in ER o almeno così me lo voglio ricordare. in realtà il babbo è bianco come un cencio e si chiede perchè non è ancora a mangiare la schiacciata.

la sala parto in realtà è una sala travaglio, ci sono degli animalini dipinti sulle pareti, un letto e poco più. l’ostetrica non fa in tempo a dirmi che posso partorire un po’ come voglio che io sono già sdraiata sul letto in posizione ginecologica. hai voglia di dire che in altre parti del mondo i bambini si fanno accucciati,  a me dà tanta sicurezza la sana tradizione occidentale. ostetrica da una parte, babbo dall’altra inizio a spingere, anche se un po’ baro. mi ricordo poco di quella ora e mezzo in sala travaglio, ma qualche flash è impresso piuttosto bene: lei che mi dice che proviamo a farmi rompere le acque da sola, io che propongo anche no, questo lo fate voi io faccio il resto, l’esplosione della acque, il babbo che va a prendere una boccata d’aria in terrazza, sostenendo che in quella stanza c’è un caldo impressionante, no, non è lui che è impressionato, io che chiedo un episiotomia, un taglio, quello che volete, l’ostetrica che dice che è inutile che faccio finta di spingere ma non spingo perchè tanto deve uscire, il mondo – compresa la ginecologia bionda che passa di tanto in tanto – che mi incoraggia dicendo che si vedono già i capelli, il babbo che è bravissimo e incoraggia e consola, la macchinetta per sentire come va il cuore, il luan spalmato a tubettate, le istruzioni su dove come e quando spingere, l’ossitocina per aumentare le contrazioni verso la fine e la fine, anzi l’inizio, quando il piccolo ometto è uscito, il momento più bello della mia vita.

poi i tremori, l’espulsione della placenta, qualche punto, il fagottino sudicio nell’asciugamano bianco…..

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